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Le Mans ’66, una recensione psicologica

Storie di altri tempi, quando si correva per rabbia o per amore” potremmo dire parafrasando De Gregori. Perché il fulcro principale delle storie che raccontano una corsa, con qualsiasi mezzo essa si compia, è cercare di capire il motivo per cui si corre.




Le Mans ’66 è un film che ripercorre gli eventi legati alla gara automobilistica di quell’anno, culmine del confronto tra la storica e vincente scuderia Ferrari e la nascente scuderia Ford, che vuole ribaltare i pronostici per fini commerciali legati al marchio - oltre che agonistici. Vicende aziendali, sportive ma soprattutto umane. Carroll Shelby deve rinunciare alle corse per un problema cardiaco, reinventandosi venditore di auto alla ricerca di sfide che gli diano adrenalina; Ken Miles è l’amico di sempre, pilota di auto da corsa dal talento cristallino, con un rapporto conflittuale con le autorità, sia sportive sia giudiziarie. Carroll accoglie con entusiasmo la sfida di produrre un’auto Ford per combattere il dominio Ferrari, chiede a Ken di aiutarlo e – a fronte del suo scetticismo – lo convince facendogli provare il primo prototipo.


La storia narra una vicenda vera, le cui cronache sono disponibili ovunque. Viene comunque da avvisare per un possibile spoiler, dato che il passaggio principale dal punto di vista psicologico coincide per quanto mi riguarda con un punto di svolta narrativo importante. Ken Miles sta vincendo la corsa al termine delle 24 ore di gara previste: una vittoria che sancisce un traguardo sportivo personale (tre grandi corse vinte nello stesso anno), l’ottenimento di un obiettivo di lavoro (la costruzione di un’auto sportiva vincente) e il riscatto personale, perché per tutto il resto del film i piani alti dirigenziali della Ford avevano imposto altri piloti più aziendalisti a Carroll, deciso tuttavia a far risplendere il talento dell’amico Ken. A questo punto, l’ordine di scuderia è chiaro: rallentare Ken per arrivare insieme con le altre Ford al secondo e terzo posto in modo tale da scattare una foto comunicativamente efficace e da non lasciare la ribalta a chi non si è piegato al sistema.


Carroll lascia la libertà a Ken di decidere se assecondare o meno la richiesta: è disposto a dipendere totalmente dalla decisione dell’amico. In quel momento, Ken rilancia il suo ardore e il suo talento, migliorando ulteriormente il proprio ritmo di corsa. Decide poi di rallentare, per aspettare gli altri piloti Ford. Cosa scatta nella sua testa, nel suo corpo, all’interno di quell’abitacolo lanciato a centinaia di chilometri l’ora? Lo scopriamo a gara finita, con una beffa impunita ad aggravare la situazione, e lo leggiamo in faccia a Ken. Quando Carroll gli chiede il motivo, condividendo la possibile rabbia dell’amico, Ken gli risponde disteso parlando dell’auto, di cosa è andato bene e di come è possibile migliorarla ulteriormente. Guarda oltre, guarda al futuro, guarda a se stesso. In questo bivio, al massimo della velocità, Ken sembra capire che piegarsi o non piegarsi al sistema non è il centro della sua esistenza. Il centro è esprimersi al meglio e lavorare per mettersi nelle condizioni di farlo. Il resto sono solo fantasmi che popolano gli angoli bui della sua mente: quando il suo talento illumina, svaniscono e non è più necessario combattere contro di essi.


Ken corre per il gusto di correre. Un insegnamento cruciale anche in un film tremendamente psicologico come Forrest Gump. In psicologia definiamo queste attività come Flow, uno stato di prestazione ottimale in cui azione e consapevolezza di sé si fondono. L’attività diventa un modo per esprimere sé stessi, una finalità autotelica. Uno stato psicologico temporaneo, che possiamo rileggere all’interno di un progetto di vita scandito dalle emozioni di Ken: quanta rabbia covava dentro di sé? Quanta comprensibile frustrazione legata al bilancio della propria vita? Emozioni che non scompaiono, semplicemente vengono messe in prospettiva di fronte ad una nascente e sublime emozione di grandezza, di far parte di un qualcosa di più grande. Qualcosa di più grande, ma al tempo stesso dentro di sé, personale ed identitario. Mettere in prospettiva le emozioni è una strategia di gestione efficace, che ci permette di non diventare schiavi di alcune di esse (in questo caso, ad esempio la vendetta), senza metterne in discussione la loro validità ma accodandole in una personale scala di priorità emotive. Una valutazione cognitiva guidata dalla spinta emotiva, che permette di viaggiare veloci e mirati come un’automobile preparata alla perfezione quando si trova la scintilla giusta per accendere il proprio motore.


Quando siamo al massimo della nostra velocità, integrando i giri del motore emotivo con una messa a punto razionale, possiamo trovare la consapevolezza di chi siamo.

Nel 1966 come nel 2019.

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