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Joker, una recensione psicologica



Tanto tuonò che piovve. Il film Joker sembra potersi riassumere con questo proverbio, in quanto racconta il periodo di vita in cui Arthur Fleck subisce una serie di problemi personali che portano il suo già precario stato di salute mentale a degenerare verso la conclamata follia antisociale. Una deriva che lo porta a diventare il paladino del crimine nei fumetti di Batman che tutti abbiamo in mente.


Senza effettuare troppi spoiler in merito alla trama del film, peraltro già chiaramente delineata dall’intento del film di mostrare la trasformazione da Arthur a Joker, alcuni passaggi del film hanno un interesse psicologico particolare.

In particolare, il film può essere definiti all’interno di questi quattro punti cardinali:

- Non è tanto quello che ci accade, ma come noi reagiamo ad esso. Ci sono periodi nella vita nei quali sembra che il destino si accanisca contro di noi, momenti nei quali siamo messi a dura prova. Tuttavia, se prendessimo due persone diverse ad affrontare gli stessi eventi drammatici, reagirebbero diversamente ed è possibile che una delle due perda il controllo di sé, mentre l’altra lo mantenga. Dipende dalle strategie a disposizione e da quelle che si possono sviluppare. Nel film, Arthur ha come risorse un’assistente sociale e il suo kit di farmaci: nessun intervento psicologico e anche quelli abbozzati (un diario terapeutico) sono chiaramente gestiti in modo non professionale e pertanto si rivelano pure potenzialmente dannosi.

- Non è tutto oro quel che luccica. La divisione tra eventi buoni ed eventi cattivi è decisamente semplicistica: uno dei momenti cruciali nel crollo di Arthur è quando il suo programma televisivo di riferimento trasmette un suo show comico effettuato qualche sera prima con successo. Nel farlo, però, l’intento sarcastico rispetto all’imperfezione di cui soffre (la risata nervosa) prevale e distrugge ciò che sembrava essere stato un barlume di luce nel periodo buio. Allo stesso modo, è possibile che alcuni eventi che ci appaiono negativi possono invece avere una rilettura positiva, dando ad essi tempo di svilupparsi e di capirli. Nel film, ad esempio, il gesto della pistola puntata alla tempia da segno di sofferenza, diventa segno di complicità.

- Non è tanto un trauma che porta alla pazzia, quanto l’assenza di riferimenti dentro di sé. Personalmente, l’aspetto psicologicamente più efficace del film è il messaggio che non sono appunto gli eventi traumatici (lutti, separazioni, licenziamenti) a determinare il crollo, ma una condizione di assenza totale di riferimenti. Un caos interno che Joker poi riproduce a Gotham come modus operandi delle sue attività criminose. La nostra mente è pronta per rielaborare traumi, soprattutto con interventi psicologici mirati che ad oggi risultano molto efficaci, mentre rischia di perdersi quando non ha alcun tipo di riferimento, quando è priva di ogni possibile bussola personale da seguire. Nel film, il problema non è né il possibile delirio della madre, né le carte sull’adozione, né la reazione di Thomas Wayne, ma il fatto che per Arthur diventi ad un certo punto oggettivamente impossibile comprendere quale scenario sia più in linea coi suoi ricordi e i suoi vissuti. La scena in cui ormai non dà più peso alla sigla TW dietro la foto è in questo senso emblematica.

- Non è trovando il colpevole che si risolve la situazione. “La colpa è del sistema che ha tagliato i fondi e non si prende carico del disagio psichico” “Quindi alla fine il crollo di Joker è dovuto alla madre”: letture corrette, seppur parziali. E, soprattutto, in ultima analisi improduttive. Quante volte in psicoterapia ci troviamo a definire il ruolo che altre persone o altri eventi hanno nella vita di un paziente: è un passaggio di comprensione fondamentale, ma il focus deve essere su come poter ripartire alla luce della situazione delineata, come sopportare le conseguenze pratiche e sanare i propri bisogni emotivi. Una comprensione empatica del paziente sincera non può ad un certo punto finire, ad esempio, con l’addossare le colpe sulla madre, perché altrimenti il messaggio contraddittorio è che non ci si debba mettere nei panni delle altre persone per comprendere il loro agire. Sia esso una negligenza materna o un triplice omicidio come quello del Joker che, anche una volta dichiaratosi colpevole, non risolve la situazione bensì la fa detonare.


In conclusione, dal diario di Arthur emerge con forza la frase “Il problema di chi ha una malattia mentale è che tutti pretendono tu ti comporti come se non l’avessi”. Soprattutto in questa settimana dedicata alla psicologia e per la lotta allo stigma nel chiedere un aiuto psicologico, viene naturale aggiungere per esperienza professionale che a volte purtroppo il problema è che anche chi ha una malattia mentale pretende da sé stesso di comportarsi come se non l'avesse. E non cerca un supporto professionale che, invece, potrebbe aiutarlo.

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